sicilia
domenica 30 settembre 2012
sogni
Pietro Ancona
I sogni
quando si diventa tanto anziani come io sono diventato i sogni bisognerebbe - se fosse possibile - non averne più. Aumentano la propensione alla depressione. Da giovane mi capitava di sognare di volare. Facevo anche dei sogni brutti ma in generale non erano tanto cattivi.
Ora faccio sempre lo stesso genere di sogno e questa ripetizione è già una cosa deprimente.. Dunque sogno spesso folle enormi di persone vestite poveramente. . Io non conosco mai nessuno e mi meraviglio che possa sognare tanti visi di gente che credo di non aver mai visto. Queste folle di persone camminano e vanno da qualche parte ed io non so dove andare e quale strada prendere per tornare a casa. Mi capita anche di sognare e sempre più spesso mio padre. E' una novità questa apparizione del padre nei sogni. Ho sognato la scalinata che sta quasi dietro il Municipio di Agrigento piena piena di gente che scendeva verso il basso e non finiva mai di scendere. Tra questi c'era mia padre con il quale mi incontravo ma non scambiavo neppure una parola. Ecco la figura del padre nei sogni è sempre silente.
Sogno di essere in una città diversa da quella in cui vivo e dove sono andato per partecipare ad una riunione, ad un evento e poi di non avere i soldi per l'aereo oppure di averlo perso oppure di smarrirmi strada facendo.
Ho ragione quando dico che ad una certa età sarebbe meglio un sonno tranquillo e senza sogni?
sabato 29 settembre 2012
Mozart ed Alì
Mozart ed Alì
Oltre un miliardo di esseri umani vivono nelle bidonvilles. Altri cinque miliardi vivono in condizioni di grande disagio. L'altro miliardo ha in corso processi di impoverimento di una parte consistente. Soltanto meno di un milione di persone nel mondo ne posseggono il 90 per cento della ricchezza. Questa situazione tragica è destinata ad aggravarsi con l'incremento della popolazione che è previsto in nove miliardi nel 2050 e non è detto che non possa essere molto di più tenuto conto che solo dal 1975 ad oggi la popolazione è raddoppiata.
Se si dovesse trarre un bilancio della presenza dell'umanità nel pianeta terra dovremmo dire che ci troviamo di fronte ad un fallimento. La specie umana ha fallito. Ha rovinato la natura in cui vive, soppresso migliaia di forme diverse di vita nel mondo animale, inquinato gli oceani ed i fiumi, e sopratutto predato se stessa. I predatori occidentali si avventano sulle popolazioni che hanno la disgrazia di possedere il petrolio il gas o altre materie prime per derubarle e distruggerle o sottometterle e comunque avvelenarne i figli con le bombe all'uranio.
L'umanità ha creato opere immortali come quelle di Mozart di Beethoven. Ma che vale questa musica quanto tanti bambini affamati sono costretti a cercare nella spazzatura delle discariche in po di cibo?
Bidonville di Moggatam Egitto
domenica 23 settembre 2012
Resoldor, ah come respiro
Pietro Ancona
Resoldor, ah come respiro!
avevo una diecina d'anni quando il Dr.Rampello da Raffadali ottenne di aprire una farmacia in Corso Garibaldi nei pressi della piazzetta che dava sul Municipio Vecchio. In Via Garibaldi alle spalle della baracchetta di rivendita alimentari gestita da mio padre c'era anche l'osteria del mio amico Tony Cucchiara, mio coetaneo, che presto avrebbe preso l'avventurosa strada del mondo dello spettacolo come cantante ed intrattenitore. La putia di vino con cucina era gestita dalla madre di Tony, una signora di cui ricordo due grandi occhioni in una faccia rotonda e generalmente severa. Il papà di Tony era fontaniere al Comune. Tony aveva due sorelle, due distinte signorine che ogni tanto venivano a trovare la madre e qualche volta si intrattenevano per un pò.
Dunque il farmacista Rampello aveva il problema di sistemare gli armadi e tutte le medicine ed io mi prestai. Lo aiutai per alcuni giorni a mettere tutto a posto eseguendo
le indicazioni che il farmacista mi dava.
Nel sistemare gli scaffali mi capitavano davanti un gran numero di graziose scatolette di latta di caramelle per la gola. Erano le famose Rosoldor che prima si chiamavano Soldor. Io ero attirato moltissimo da queste scatoline di latta dipinta a colori vivaci e con la scritta "Ah, come respiro!".
L'attrazione era tale che mi indusse a rubarne una. Cosa che non sfuggì allo occhiuto farmacista che mi osservava di sottecchi. Mi lasciò finire il lavoro che stavo facendo e poi mi chiese di rimettere a posto la scatolina. Cosa che io feci avvampando di vergogna e quasi sentendomi male. Il farmacista che era avarissimo (forse come tutta la categoria) mi offrì delle caramelline per la gola sfuse che io rifiutai. Non vidi l'ora di andarmene ed infatti me la svignai subito a testa bassa. Ero anche terrorizzato dalla idea che il farmacista raccontasse la cosa a mio padre.
Ad essere sincero le caramelline non mi interessano per niente. Voleva la scatoletta! E' trascorso un mucchio ditempo ed ho dimenticato il nome di tante cose. Ma le Resoldor, ah come respiro non le ho mai dimenticate!
sabato 22 settembre 2012
la diagonale
La diagonale
Nella primavera dell'anno scorso fui sottoposto ad un esame cardiologico. Hanno esplorato i tre bypass che nel 94 mi furono installati per verificarne lo stato d'uso. Ne hanno trovato due su tre otturati. Quelli fatti con la safena. Il by pass ricavato dalla cosidetta mammaria invece funziona ancora. Queste notizie le ho avuto subito dopo la coronografia che, a differenza di altre, si è protratta abbastanza a lungo.
Nel corso dell'intervento che avveniva con una piccola anestesia locale sentivo dialogare i due medici che mi esaminavano. Un dialogo prima abbastanza normale con lunghe pause e poi sempre più serrato. La parola che dominava il dialogo era: diagonale! C'è la diagonale!
In geometria (leggo) si chiama diagonale il segmento che congiunge due vertici non consecutivi di un poligono o un poliedro. Io non riuscivo a capacitarmi che cosa c'entrasse la diagonale con il mio cuore e con le mie arterie.
Questa misteriosa parola che rischiava di diventare terrificante per tutto il suo carico di mistero inconoscibile a mia richiesta mi fu gentilmente spiegata dal cardiologo. Mi disse che a causa di essa non potevano liberare i by pass e renderli pervii con l'instyallazione degli aggeggini che da qualche tempo si usano per questo. Quindi i medici hanno preferito non intervenire.
Ma il corpo umano ha risorse incredibili! Mi hanno spiegato che i due bypass otturati si erano fabbricati due loro vie di comunicazione con il cuore. Non sono riusciti a vederle ma erano sicuri che nella parte posteriore del cuore ci fossero i bypass creatisi spontaneamente,
Per questa ragione ho scoperto la mia situazione soltanto quando sono stato esaminato. Non avevo avuto nessun segno di quanto era accaduto. Sono andato avanti tranquillamente e senza neppure un mal di testa.
Ecco quindi perchè la parola "diagonale" mi risuona ogni tanto nella testa! E' a causa sua che non ho potuto recuperare i miei by pass e vado avanti con la mia mammaria e con i due bypassi creati dai bypass!! La diagonale!
mercoledì 19 settembre 2012
la pisata
A proposito della paglia evocata dalla pisata
In uno dei due pezzetti di terra della nonna a Realmonte situato in una montagnola dalla quale si intuiva la vicinanza del mare per il particolare colore del cielo ed anche per l'odore che arrivava nell'aria densa di iodio e salsedine c'era un pagliaru fatto dai miei zii. Era grande quando la lunghezza di un uomo ed era cosparso di paglia sulla quale si riposava nei pomeriggi della grande calura oppure quando vi si dormiva la notte se si era fatto troppo tardi per tornare in paese.
All'inizio stare a terra su poca paglia era una cosa che quasi si subiva per necessità. Ma quando si fa l'esperienza di svegliarsi dopo avere passato una notte per terra la sensazione di benessere fisico è fortissima. Ricordo che mi sentivo come se una molla m
i spingesse da terra e mi mettesse in piedi ! La terra mi infondeva vigore e mi sentivo come caricato di una energia nuova, straordinaria. Ma forse è perchè avevo non più di dodici anni ed a quell'età l'organismo è una sorta di macchina perfetta!Passavo le giornate a girovagare con Gaspare che mi veniva zio ma che aveva più o meno la mia età.
Ricordo di aver visto sorridere assai di rado la nonna. Era severa e qualche volta arcigna. Era dotata di viva intelligenza ed aveva sempre qualche piano in corso di manipolazione dei figli. Figli che non tardarono a spargersi per il mondo raggiungere la Germania dove conobbero la busta paga ed una alimentazione normale ma a base di grassi e di carne. Mio zio Gaspare credo a causa del passaggio repentino dalla alimentazione a base di digiuni e di farinacei alla mensa tedesca nel giro di una ventina d'anni di Germania si prese un infarto dal quale non riuscì mai a riprendersi e morì giovane. Il cambio di dieta gli riuscì fatale. Credo che la stessa cosa succede a tanti immigrati che dopo qualche tempo ingrassano ed un po si imbolsiscono e di ammalano di diabete o di cuore.
martedì 18 settembre 2012
la scatola delle fotografie
la scatola delle fotografie
Mia nonna Vincenza aveva una scatola da scarpe piena zeppe di fotografie. Centinaia di fotografie dei figli, dei nipoti, delle nuore, dei generi, dei pronipoti. Forse più di cento familiari. Ricordava i nomi di tutti e come facesse per me è un mistero. Alcuni non li aveva mai visto di presenza essendo in Canadà, in Usa o in Germania. A volte ci riuniva attorno a sè quando andavamo a trovarla a Realmonte e ci parlava di loro i e dei luoghi che abitavano e di quando se ne erano andati.
Aveva portato dagli States un aggeggio di legno laccato con due vetri nel quale si infilavano cartoline che si vedevano in modo tridimensionale, Le cartoline mostravano personaggi e paesaggi dell'America dell'inizio del Novecento. Ne ricordo una con una grande spiaggia affollata di persone cosa che per noi era stranissima. Non avevamo ancora abitudine alle ferie ed ai bagni di mare. A noi ragazzi le foto tridimensionali sembravano una magia, una cosa miracolosa e quando andavamo da lei una delle prime cose che andavano a cercare nel grande cassettone di casa era questa sorta di proiettore.
Quando mia nonna si sentiva bisognosa di essere accudita chiamava il tassinaro del paese e si faceva accompagnare a casa mia. La figlia Assunta (mia madre) era preposta a questa incombenza. Stava un genere una ventina di giorni durante i quali aizzava quotidianamente mia madre contro mio padre. Il quale invece aveva tante attenzioni per lei e le proc urava quasi quotidianamente un merluzzetto da farle bollito. D Quando si sentiva di nuove in forze o le mancano le commarelle vicine di case richiamava il taxi si prendeva la sua "truscia" e prima di andarsene dal predellino della auto faceva un ultimo comizio contro mio padre. Al quale rimproverava cose di venti o trenta anni fa che probabilmente non erano mai accadute.
Morì di un male allo stomaco ultraottantenne. La ricordo nel letto di morte con mio zio Giuseppe seduto al suo fianco che faceva conto complicatissimi con un lapis su un taccuino della eredità della nonna. L'eredità era ben misera cosa. due pezzi di terra con qualche alberello di mandorlo o di frutta che non raggiungevano un ettaro. Questo atteggiamento di mio zio era il prodotto della politica di potere che la nonna aveva praticato in famiglia. Dieci figli tutti divisi e quasi rancorosi l'uno con l'altro per una ben misera cosa! Mia madre rinunzio subito alla lenza di terra che le sarebbe toccata e non ne volle sapere niente. Naturalmente questa vicenda della eredità veniva presto dimenticata da tutti perchè appunto non ne valeva proprio la pena ma i dissapori restavano più tra i figli maschi che la tra le femmine.
Contrariamente a quanto si crede non è vero che povertà e solidarietà vann insieme. La povertà spesso incattivisce e rende meschini. C'è una sorta di meccanismo psicologico che scatta nelle famiglie numerose molto povere. Una sorta di forza centrifuga in cui non potendo nessuno aiutare l'altro tutti vanno ognuno per la sua strada.
I miei parteciparono alle lotte per l'occupazione di terre. Mio zio Giuseppe ne fu uno dei dirigenti. Si chiedeva l'assegnazione dei terreni incolti della immensa proprietà del barone Agnello. A riforma agraria fatta, visti i risultati deludenti iil movimento contadino di sciolse e moltissimi emigrarono all'estero come era accaduto subito dopo la repressione dei fasci siciliani. Il grosso partiva per la Germania, altri per il Belgio e la Francia.
Andarono ad abitare le squallide baracche della Wolksvagen nella triste ed opprimente Germania dove piove sempre ed il sole si vede raramente, Dopo anni di rimesse ai familiari per costruire una casetta abusiva ed affrancarsi dall'affitto tornavan o con una sola ricchezza: la pensione! La pensione che assicurava la loro sopravvivenza a vita anche se assai modesta Portarono pure la conoscenza della busta paga e l'abitudine a sentire la radiolina al transitor. Il contatto con le regole della indiutria del Nord fece prendere coscienza di tanti diritti che prima erano del tutto sconosciuti. Il diritto alle ferie che attivò un grandissimo traffico automobilistico dal Nord verso la sicilia.
Lavorando come muli e "leccando la sarda" molti dei nostri emigranti si sono fatte le casette nei paesini natii e magari la casa per figli. Hanno costruito illegalmente e spesso in proprio con l'aiuto soltanto di un bravo capomastro della famiglia e degli amici.
Per il resto non hanno avuto nulla tranne una cosa preziosa: la pensione che anche se piccolo piccola permette alle famiglie di comprare qualche sacco di grano o di farina per l'inverno ed un orcio di olio. La pensione è stata la più grande conquista della emigrazione. In Italia era largamente sconosciutia. Nessuno aveva le "marchette" per poterla rivendicare. Ne bastavano se mal non ricordo di 15 anni.
Ma l'emigrazione ha distrutto la cultura contadina e bracciantile siciliana. Nell'immediato è sembrato di averne un beneficio un progresso. Con il tempo abbiamo capito che non era così. Che quella cultura veniva sostituita non da una cultura superiore ma dalla spazzatura commerciale del cosidetto progresso e dal vacuo.
I braccianti siciliani poveri erano portatori di una cultura di grande valore. Nelle riunioni di assemblee era un piacere sentirli parlare. Le parole anche se appassionate erano misurate ed impregnate ad una sapienza che oscillava tra il pessimismo frutto di secoli di sofferenze al rivoluzionariasmo di quanti avevano capito il valore del lavoro nelle relazioni sociali. Mi dispiace che non si abbiano registrazioni delle assemblee popolari dei braccianti. I braccianti sono stati il popolo della Sicilia, la radice profonda della nostra gente. Ognuno di noi ha sangue loro nelle vene e questo fa dei siciliani una delle popolazioni più intelligenti della terra. Come i palestinesi. Come gli ebrei. Noi siciliani siamo tutti figli di contadini e di braccianti!
Mia nonna Vincenza aveva una scatola da scarpe piena zeppe di fotografie. Centinaia di fotografie dei figli, dei nipoti, delle nuore, dei generi, dei pronipoti. Forse più di cento familiari. Ricordava i nomi di tutti e come facesse per me è un mistero. Alcuni non li aveva mai visto di presenza essendo in Canadà, in Usa o in Germania. A volte ci riuniva attorno a sè quando andavamo a trovarla a Realmonte e ci parlava di loro i e dei luoghi che abitavano e di quando se ne erano andati.
Aveva portato dagli States un aggeggio di legno laccato con due vetri nel quale si infilavano cartoline che si vedevano in modo tridimensionale, Le cartoline mostravano personaggi e paesaggi dell'America dell'inizio del Novecento. Ne ricordo una con una grande spiaggia affollata di persone cosa che per noi era stranissima. Non avevamo ancora abitudine alle ferie ed ai bagni di mare. A noi ragazzi le foto tridimensionali sembravano una magia, una cosa miracolosa e quando andavamo da lei una delle prime cose che andavano a cercare nel grande cassettone di casa era questa sorta di proiettore.
Quando mia nonna si sentiva bisognosa di essere accudita chiamava il tassinaro del paese e si faceva accompagnare a casa mia. La figlia Assunta (mia madre) era preposta a questa incombenza. Stava un genere una ventina di giorni durante i quali aizzava quotidianamente mia madre contro mio padre. Il quale invece aveva tante attenzioni per lei e le proc urava quasi quotidianamente un merluzzetto da farle bollito. D Quando si sentiva di nuove in forze o le mancano le commarelle vicine di case richiamava il taxi si prendeva la sua "truscia" e prima di andarsene dal predellino della auto faceva un ultimo comizio contro mio padre. Al quale rimproverava cose di venti o trenta anni fa che probabilmente non erano mai accadute.
Morì di un male allo stomaco ultraottantenne. La ricordo nel letto di morte con mio zio Giuseppe seduto al suo fianco che faceva conto complicatissimi con un lapis su un taccuino della eredità della nonna. L'eredità era ben misera cosa. due pezzi di terra con qualche alberello di mandorlo o di frutta che non raggiungevano un ettaro. Questo atteggiamento di mio zio era il prodotto della politica di potere che la nonna aveva praticato in famiglia. Dieci figli tutti divisi e quasi rancorosi l'uno con l'altro per una ben misera cosa! Mia madre rinunzio subito alla lenza di terra che le sarebbe toccata e non ne volle sapere niente. Naturalmente questa vicenda della eredità veniva presto dimenticata da tutti perchè appunto non ne valeva proprio la pena ma i dissapori restavano più tra i figli maschi che la tra le femmine.
Contrariamente a quanto si crede non è vero che povertà e solidarietà vann insieme. La povertà spesso incattivisce e rende meschini. C'è una sorta di meccanismo psicologico che scatta nelle famiglie numerose molto povere. Una sorta di forza centrifuga in cui non potendo nessuno aiutare l'altro tutti vanno ognuno per la sua strada.
I miei parteciparono alle lotte per l'occupazione di terre. Mio zio Giuseppe ne fu uno dei dirigenti. Si chiedeva l'assegnazione dei terreni incolti della immensa proprietà del barone Agnello. A riforma agraria fatta, visti i risultati deludenti iil movimento contadino di sciolse e moltissimi emigrarono all'estero come era accaduto subito dopo la repressione dei fasci siciliani. Il grosso partiva per la Germania, altri per il Belgio e la Francia.
Andarono ad abitare le squallide baracche della Wolksvagen nella triste ed opprimente Germania dove piove sempre ed il sole si vede raramente, Dopo anni di rimesse ai familiari per costruire una casetta abusiva ed affrancarsi dall'affitto tornavan o con una sola ricchezza: la pensione! La pensione che assicurava la loro sopravvivenza a vita anche se assai modesta Portarono pure la conoscenza della busta paga e l'abitudine a sentire la radiolina al transitor. Il contatto con le regole della indiutria del Nord fece prendere coscienza di tanti diritti che prima erano del tutto sconosciuti. Il diritto alle ferie che attivò un grandissimo traffico automobilistico dal Nord verso la sicilia.
Lavorando come muli e "leccando la sarda" molti dei nostri emigranti si sono fatte le casette nei paesini natii e magari la casa per figli. Hanno costruito illegalmente e spesso in proprio con l'aiuto soltanto di un bravo capomastro della famiglia e degli amici.
Per il resto non hanno avuto nulla tranne una cosa preziosa: la pensione che anche se piccolo piccola permette alle famiglie di comprare qualche sacco di grano o di farina per l'inverno ed un orcio di olio. La pensione è stata la più grande conquista della emigrazione. In Italia era largamente sconosciutia. Nessuno aveva le "marchette" per poterla rivendicare. Ne bastavano se mal non ricordo di 15 anni.
Ma l'emigrazione ha distrutto la cultura contadina e bracciantile siciliana. Nell'immediato è sembrato di averne un beneficio un progresso. Con il tempo abbiamo capito che non era così. Che quella cultura veniva sostituita non da una cultura superiore ma dalla spazzatura commerciale del cosidetto progresso e dal vacuo.
I braccianti siciliani poveri erano portatori di una cultura di grande valore. Nelle riunioni di assemblee era un piacere sentirli parlare. Le parole anche se appassionate erano misurate ed impregnate ad una sapienza che oscillava tra il pessimismo frutto di secoli di sofferenze al rivoluzionariasmo di quanti avevano capito il valore del lavoro nelle relazioni sociali. Mi dispiace che non si abbiano registrazioni delle assemblee popolari dei braccianti. I braccianti sono stati il popolo della Sicilia, la radice profonda della nostra gente. Ognuno di noi ha sangue loro nelle vene e questo fa dei siciliani una delle popolazioni più intelligenti della terra. Come i palestinesi. Come gli ebrei. Noi siciliani siamo tutti figli di contadini e di braccianti!
lunedì 17 settembre 2012
Un incendio
Un incendio
I miei d'estate mi mandavano a passare qualche giorno da mia nonna a Realmonte.,un paese non lontano da Agrigento. Vi giungevo palliduccio ma dopo qualche giorno di vita all'aria aperta mi guadagnavo un bel colorito e stavo assai meglio. Ricordo di avere preso una insolazione con un febbrone da cavallo che mi dava irrequietezza. Mi alzavo in piedi sul lettino sopra il quale pendevano grappoli di pomodori. L'insolazione mi fu curata da una vicina di casa la quale mi mise sulla testa un piattino con dell'acqua ed una candela accesa. Farfugliò assistita dalla nonna non so quale preghiere alla fine delle quali mi tolse il piattino dalla testa. Non avevo più la febbre! Non chiedetemi spiegazioni ma è andata proprio così.
Mio nonno Gandolfo era un uomo alto severo taciturno con due enormi baffi. Era stato con la nonna negli USA ma erano tornati indietro. Mia madre mi diceva a causa della gelosia della nonna. Portarono a Realmonte un apparecchio con il quale si vedeva le foto tridimensionalmente e l'usanza di prendere il taxi e ed infatti ricordo che mia nonna ne prendeva uno ogni volta che veniva a trovarci ad Agrigento. Nonno Gandolfo morì alla Feliciuzza di Palermo dove era ricoverato per una appendicite sepolto in uno dei tanti bombardamenti americani. La nonna restò vedova. Aveva dieci figli, sei maschi e quattro femmine. Il primogenito si chiamava Damiano ed aveva appena compiuto 14 anni quando mio nonno lo accompagnò a Porto Empedocle per imbarcarlo su una nave che partiva per New York.Non fece mai ritorno in Italia. A Bruculino come si chiamava la zona italiana di New York fu pescato assieme a due amici mentre rapinava una banca e arrestato. Fece qualche anno di carcere. Dopo si sposò con una bella ragazza italo-americana e visse facendo il fotografo. La ragazza si chiamava Cristina ed in casa della nonna era custodita gelosamente la loro foto di matrimonio l'unica cosa che si è mai avuta di loro.
Gli altri miei zii Nociu (Onofrio), Giuseppe, Saru e Gaspare negli anni cinquanta emigrano in Germania. Mia zia Marannina con il marito emigrò in Canadà e si stabilì ad Hamilton nella zona dell'Ontario e dei Grandi Laghi, Giuseppe contrasse durante il servizio militare una tubercolosi alle ossa dalla quale guarì ma che lo lasciò sciancato imparò il mestiere di indoratore e divenne un buon artigiano a Realmonte. Mio zio Giuseppe fu assunto alla Keramos di Agrigento e seguì la sorte della fabbrica. Mia zia Angela si sposò ad Agrigento ed ebbe una bella e numerosa famiglia. Uno dei figli è dentista molto apprezzato. I miei zii Saro e Gaspare e mia zia Rosa emigrano in Germania in un paese chiamato Bus nella zona di Saarbruken. Un paesino che era una specie di ripetizione tedesca di Realmonte dove la gente si era sistemata come nel paesello natio.
Insomma la famiglia dei miei nonni materni è stata una sorta di summa delle scelte emigratorie dei contadini siciliani da quelle transatlantiche dalle quali non si torna quasi mai a quella europea. Mio zio Gaspare si sposò in Germania con una ragazza tedesca. E' morto giovane ed ha lasciato figli che parlano solo il tedesco mentre i figli di mia zia Rosa si sono inseriti e fanno gli impiegati a differenza dei genitori che fecero gli operai in fabbrica. Mio zio Nociu si mise con una signora tedesca che noi abbiamo conosciuto in occasione di una loro visita in Sicilia. La signora aveva l'abitudine di bere, cosa questa che destò scandalo e riprovazione in tutto il parentado. Ma mio zio Nociu non si fece influenzare contro la compagna e continuò a volerle bene.
Una estate a Realmonte avevo più o meno nove anni ne combinai una grossa assieme a mio zio Gaspare che mi era zio ma era quasi mio coetaneo. Dopo avere girato in lungo ed in largo nelle campagne vicine a quelle della nonna ci è venuta l'idea di dare fuoco ad una montagna. La montagna era piena di roveti e di cespugli di disa (non so il suo nome italiano) una erba lunga lucente verde e ricca di oli. In Sicilia c'è un proverbio che dice: disa cu disa si infascia a disa che è un modo per dire che gli eguali si mettono bene insieme. Gaspare scavò una piccola buca ai piedi della montagna e la riempi di erba secca. Poi strofinò un legnetto su un altro fino a quando non partì un filo di fumo nero. Dopo pochi minuti il crepitare della disa e dei roveti che bruciavano divenne assordante. Il fuoco partì alimentato da un venticello che spirava proprio in direzione della cima della montagna. Scappammo ed andanno a metterci su un ramo di albero dal quale ci godevamo lo spettacolo della montagna in fiamme. Intervennero i vigili del fuoco di tre o quattro paesi vicini e diecine e diecine di persone che lavorarono tutta la notte allo spegnimento. Verso le sette del mattino ricevemmo una visita delle guardie campestri che chiesero a mia nonna se avesse visto o sapesse qualcosa. La nonna, che aveva capito tutto, negò. Le guardie ci scrutavamo in faccia e ci guardavano le mani ed i vestiti. Poi con quale sospetto se ne andarono. Quando andarono via mia nonna prese una scattatura di olivastro, una bacchetta verde flessibile dolorosissima. Con questa fustigò ripetutamente Gaspare. Io fui risparmiato.
I miei d'estate mi mandavano a passare qualche giorno da mia nonna a Realmonte.,un paese non lontano da Agrigento. Vi giungevo palliduccio ma dopo qualche giorno di vita all'aria aperta mi guadagnavo un bel colorito e stavo assai meglio. Ricordo di avere preso una insolazione con un febbrone da cavallo che mi dava irrequietezza. Mi alzavo in piedi sul lettino sopra il quale pendevano grappoli di pomodori. L'insolazione mi fu curata da una vicina di casa la quale mi mise sulla testa un piattino con dell'acqua ed una candela accesa. Farfugliò assistita dalla nonna non so quale preghiere alla fine delle quali mi tolse il piattino dalla testa. Non avevo più la febbre! Non chiedetemi spiegazioni ma è andata proprio così.
Mio nonno Gandolfo era un uomo alto severo taciturno con due enormi baffi. Era stato con la nonna negli USA ma erano tornati indietro. Mia madre mi diceva a causa della gelosia della nonna. Portarono a Realmonte un apparecchio con il quale si vedeva le foto tridimensionalmente e l'usanza di prendere il taxi e ed infatti ricordo che mia nonna ne prendeva uno ogni volta che veniva a trovarci ad Agrigento. Nonno Gandolfo morì alla Feliciuzza di Palermo dove era ricoverato per una appendicite sepolto in uno dei tanti bombardamenti americani. La nonna restò vedova. Aveva dieci figli, sei maschi e quattro femmine. Il primogenito si chiamava Damiano ed aveva appena compiuto 14 anni quando mio nonno lo accompagnò a Porto Empedocle per imbarcarlo su una nave che partiva per New York.Non fece mai ritorno in Italia. A Bruculino come si chiamava la zona italiana di New York fu pescato assieme a due amici mentre rapinava una banca e arrestato. Fece qualche anno di carcere. Dopo si sposò con una bella ragazza italo-americana e visse facendo il fotografo. La ragazza si chiamava Cristina ed in casa della nonna era custodita gelosamente la loro foto di matrimonio l'unica cosa che si è mai avuta di loro.
Gli altri miei zii Nociu (Onofrio), Giuseppe, Saru e Gaspare negli anni cinquanta emigrano in Germania. Mia zia Marannina con il marito emigrò in Canadà e si stabilì ad Hamilton nella zona dell'Ontario e dei Grandi Laghi, Giuseppe contrasse durante il servizio militare una tubercolosi alle ossa dalla quale guarì ma che lo lasciò sciancato imparò il mestiere di indoratore e divenne un buon artigiano a Realmonte. Mio zio Giuseppe fu assunto alla Keramos di Agrigento e seguì la sorte della fabbrica. Mia zia Angela si sposò ad Agrigento ed ebbe una bella e numerosa famiglia. Uno dei figli è dentista molto apprezzato. I miei zii Saro e Gaspare e mia zia Rosa emigrano in Germania in un paese chiamato Bus nella zona di Saarbruken. Un paesino che era una specie di ripetizione tedesca di Realmonte dove la gente si era sistemata come nel paesello natio.
Insomma la famiglia dei miei nonni materni è stata una sorta di summa delle scelte emigratorie dei contadini siciliani da quelle transatlantiche dalle quali non si torna quasi mai a quella europea. Mio zio Gaspare si sposò in Germania con una ragazza tedesca. E' morto giovane ed ha lasciato figli che parlano solo il tedesco mentre i figli di mia zia Rosa si sono inseriti e fanno gli impiegati a differenza dei genitori che fecero gli operai in fabbrica. Mio zio Nociu si mise con una signora tedesca che noi abbiamo conosciuto in occasione di una loro visita in Sicilia. La signora aveva l'abitudine di bere, cosa questa che destò scandalo e riprovazione in tutto il parentado. Ma mio zio Nociu non si fece influenzare contro la compagna e continuò a volerle bene.
Una estate a Realmonte avevo più o meno nove anni ne combinai una grossa assieme a mio zio Gaspare che mi era zio ma era quasi mio coetaneo. Dopo avere girato in lungo ed in largo nelle campagne vicine a quelle della nonna ci è venuta l'idea di dare fuoco ad una montagna. La montagna era piena di roveti e di cespugli di disa (non so il suo nome italiano) una erba lunga lucente verde e ricca di oli. In Sicilia c'è un proverbio che dice: disa cu disa si infascia a disa che è un modo per dire che gli eguali si mettono bene insieme. Gaspare scavò una piccola buca ai piedi della montagna e la riempi di erba secca. Poi strofinò un legnetto su un altro fino a quando non partì un filo di fumo nero. Dopo pochi minuti il crepitare della disa e dei roveti che bruciavano divenne assordante. Il fuoco partì alimentato da un venticello che spirava proprio in direzione della cima della montagna. Scappammo ed andanno a metterci su un ramo di albero dal quale ci godevamo lo spettacolo della montagna in fiamme. Intervennero i vigili del fuoco di tre o quattro paesi vicini e diecine e diecine di persone che lavorarono tutta la notte allo spegnimento. Verso le sette del mattino ricevemmo una visita delle guardie campestri che chiesero a mia nonna se avesse visto o sapesse qualcosa. La nonna, che aveva capito tutto, negò. Le guardie ci scrutavamo in faccia e ci guardavano le mani ed i vestiti. Poi con quale sospetto se ne andarono. Quando andarono via mia nonna prese una scattatura di olivastro, una bacchetta verde flessibile dolorosissima. Con questa fustigò ripetutamente Gaspare. Io fui risparmiato.
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